La vitamina D è da lungo tempo riconosciuta come un importante nutriente che favorisce la formazione ed il mantenimento di tessuti ossei sani, contribuendo in maniera determinante al metabolismo ed alla omeostasi del calcio. La fonte più importante di vitamina D è la produzione attivata dall’esposizione solare nella pelle. Tuttavia, nonostante le favorevoli latitudini del nostro paese, le carenze di vitamina D sono diffuse nella popolazione, complici le pur corrette campagne di prevenzione delle patologie della pelle, che suggeriscono la limitazione dell’esposizione e l’utilizzo di filtri solari ad elevati livelli di protezione ed i cambiamenti dello stile di vita che portano a frequentare i luoghi chiusi. Similmente ad altri indicatori “invisibili” come colesterolo, vitamina B12, TSH, una carenza di vitamina D non può essere, nella maggioranza dei casi, dedotto dall’anamnesi o dall’esame obiettivo del paziente. In carenza di vitamina D il calcio è mal assorbito dall’intestino (solo il 10%).
Ad
ogni trattamento con integratori di calcio andrebbe quindi associata una
valutazione del livello di vitamina D. L’aumento dell’ormone paratitoideo
conseguente alla carenza attiva gli osteoblasti, promuove la
trasformazione di preosteoclasti in osteoclasti maturi che degradano la
matrice ossea provocando osteoporosi. La recente scoperta che le cellule
della maggioranza dei tessuti posseggono un recettore per la vitamina ed
il sistema enzimatico per la conversione nella forma attiva 1-25
diidrossivitamina D ha stimolato la ricerca sugli effetti fisiologici di
questa molecola. Numerosi studi recenti dimostrano il ruolo della vitamina
D nella riduzione del rischio in molte malattie incluso il cancro, le
malattie autoimmunitarie e le malattie cardiovascolari. Nelle
ipovitaminosi severe, frequenti nell’anziano, si riscontrano frequenti
casi di dolori muscoloscheletrici non-specifici, che possono indurre il
medico a somministrare trattamenti inappropriati. Una diagnosi ed un
conseguente trattamento basato sulle evidenze deve quindi essere fondarsi
sul dato analitico, anche in ragione della variabilità individuale nella
risposta alla supplementazione, che può facilmente portare ad una
imperfetta gestione del paziente.